di Serena Damiani
È tutta colpa del dilemma del porcospino. Il concetto è semplice. Seguite la storia. C’è un porcospino ed una porcospina. Camminano per strada quando casualmente s’incontrano. Si guardano. Lei fa un po’ la sostenuta, ma anche lei guarda. Lui, un po’ più intraprendente, le fa l’occhietto. Si piacciono. È evidente. Si desiderano. Vorrebbero baciarsi, strusciarsi, fare l’amore. Si avvicinano quando … tac! Arriva il dilemma del porcospino! I due si vogliono, si desiderano ma sanno che se si avvicineranno si faranno male. Cosa scegliere allora? Questo è il dilemma del porcospino.Così succede a noi. Sappiamo che ogni volta che ci avviciniamo a qualcuno, che ci leghiamo a qualcuno avremo la nostra parte di piacere e la nostra parte di dolore. Ogni volta che decidiamo di far parte della società sappiamo che avremo la nostra parte di piacere e la nostra parte di dolore. Io l’ho capito da subito. Da quando andavo a manifestare per la pace. Io già lo sapevo. Avevo paura della delusione. Del vedere che nulla sarebbe poi cambiato. E così è stato. Ogni volta che mi sono innamorata ho avuto paura. Paura che insieme al piacere di stare insieme ci fosse il dolore. Il dolore della gelosia, dell’abbandono, della delusione. Quando firmo per una petizione a favore della pace, contro la pena di morte, per i diritti sociali, io lo so. Lo so che mi feriranno. Che mi lasceranno lì. Soddisfatta per aver detto la mia, per essermi sentita parte di un movimento. Ma anche disillusa, offesa, dimenticata. Tutta colpa del porcospino.
Certo, la soluzione ci sarebbe. Per superare il dilemma del porcospino, una soluzione c’è. L’alternativa della tartaruga. Basta trasformarsi in tartarughe. Ritirarsi nel proprio guscio, isolarsi dal mondo. La giustificazione è sempre la stessa: io non posso cambiare il mondo. Non sono certo io che cambierò le cose. Smettere di sognare, ragionare, pensare. Andare in letargo e buonanotte al secchio.
Ognuno sceglie. Porcospino o tartaruga. Andare in letargo e lasciare che gli altri decidano. O rischiare qualche ferita, ma continuare a pensare, provare, rischiare.